domenica 30 aprile 2017

Esercizi Fraternità CL 2017 appunti

Il mio cuore è lieto perché Tu, Cristo, vivi!
Sabato pomeriggio

Esercizi della fraternità di Comunione e Liberazione, 28/30 Aprile 2017
(Appunti personali)

Canti: Placido, Como llora una estrella, He gave her water, Andare.

I tuoi occhi che vedono tutto
ora guardano il Cuore,
le parole ci portano il fuoco
e la voglia di andare. (Chieffo)

Quando siamo attenti a come succedono le cose, tutto è collegato. La voglia di andare nasce dagli occhi che vedono tutto e guardano il Cuore, etc. Il legame delle cose è interno. E dal di dentro, non appiccicato moralisticamente, non dall’esterno, come qualcosa di aggiunto. Uno che ha visto così risposta la sua fede, ne comprende il miracolo. Il suo bisogno di essere perdonato nasce da questo sguardo interno. Cosa sorge con un tale atteggiamento interno? Il non poter più staccare le cose, ma vederle sorgere dalle viscere della nostra esperienza. Il problema maggiore è quando il significato interno delle cose viene legato a questioni secondarie (lo abbiamo imparato dal papa). Senza parole che accendono il fuoco non si comprende nulla. Non si è costretti ad andare, si va per la voglia di vivere e di assecondare quella voglia. E bene collegare il nostro discorso con il nucleo del Vangelo, che gli da bellezza e attrattiva. L’organicità delle virtù ci impedisce di escluderne una. Non dobbiamo mutilare il Vangelo nella sua interezza. In questo contesto tutte le verità hanno la loro importanza e si illuminano reciprocamente. Il Vangelo ci invita a rispondere al Dio che ci ama. Questo invito viene oscurato dandolo per già saputo. Allora il cristianesimo diventa moralismo. Se tale invito perde la sua forza l’edificio morale della Chiesa diventa un castello di carte. Il cristianesimo diventa moralismo, anche se parliamo con parole cristiane. E così non annunciamo il Vangelo, ma una certa moralità che nasce da certe ideologie. Il messaggio perderà la sua freschezza e così perde interesse per noi. Non ha più il profumo del Vangelo. Pensiamo a Zaccheo. incastrato nel fare soldi. Quando ha sentito Gesù non ha potuto trattenersi dalla voglia di andare a trovarlo, fosse anche su un albero. Era li quando si è sentito dire: Zaccheo vieni giù, voglio venire a casa tua. Zaccheo aveva su di sé tutta la mentalità del suo tempo che lo penetrava fino al midollo:  non c’è salvezza per uno come te. Quando accade Zaccheo era contento. Era arrivata la salvezza nella casa di Zaccheo. Tutto è collegato: arriva l’amore di Cristo e poi Zaccheo vuole cooperare dando a chi aveva rubato. I farisei con le loro accuse non avevano fatto convertire Zaccheo. Moralismo ed accuse non fanno convertire nessuno. Il Papa ha scelto come titolo per la sua lettera: Evangelii gaudium. Solo la gioia converte.

Primo punto. La cara gioia su cui ogni virtù si fonda. Non un complicato percorso mentale o per un complicata fatica morale arriviamo a Gesù. Seguiamo don Giussani: ci fa vedere Giovanni e Andrea. Il presente più presente è stato il presente di quel giorno, non un fatto del passato. Qualcosa che rimane presente sempre. Non vi è nulla di paragonabile a quel giorno, se non il ripetersi ogni giorno di quel giorno, Tutto era connesso: guardare la moglie, andare a pescare, etc. Non vi è era più spazio nel cuore che per quell’uomo. Pensate al silenzio in cui è stato pronunciato il nome di Zaccheo. Possiamo immaginare che quella chiamata si echeggiava poi in tutto ciò che faceva: anche quando lavorava in silenzio. Presenza di uno che guarda te. E questa vicinanza che sconvolge. Così la vicinanza trasforma la vita. Quell’uomo - il Figlio dell’uomo - era diventato l’orizzonte di tutto. Sarà interessante quando lo si vedrà, ci diceva don Giussani. Quello sguardo che abbraccia tutto e collega tutto lo incontreremo. Per Zaccheo tutto era in funzione di quell’orizzonte che Gesù aveva messo con il suo sguardo nella vita. In questa la cosa decisiva, la cosa per cui non si è più se stessi e quel contraccolpo, quell’entusiasmo. Ma da dove nasce quell’ entusiasmo? L’entusiasmo nasce da quell’uomo che poi è morto e poi è risorto. Quell’incontro abbracciava tutto anche quando Z non si sopportava, nelle giornate in cui non si sopportava. La fatica non spaventa. Entusiasmo è che tutto diventa divino. Tutte le cose vengono entusiasmate dalla fede. La fede è il riconoscimento della presenza del Dio fatto uomo. Non di una statua. La fede è riconoscerti dentro l’avvenimento della vita. Dentro la giornata. Non basta dire delle cose pur vere. Se questa presenza non determina nell’interno la vita, allora è già fuori. Questo riconoscimento è vivo in tutto ciò che facciamo, subiamo, sopportiamo, perfino quando sbagliamo.. tutto ciò e solo tutto ciò impedisce che la „malattia diventi mortale“ (Kierkegaard). Tutto nasce da questo riconoscimento; in esso nasce in Zaccheo e in noi  tutta la gioia di riceverlo a casa. La gioia è il contenuto della fede, dell’avvenimento accaduto. Don Giussani si domanda: non è vero che abbiamo dopo questo avvenimento desideri di bene e purità che non conoscevamo, un desiderio di giustizia che non avevamo? Queste cose sono nate per via della fede. Questo dono prezioso della fede ci fa desiderare di essere migliori, ci fa desiderare la virtù. Cosa cambia? Il rapporto con le cose e con le persone. Fa vedere Giussani tutto questo facendoci vedere Z. Per Z quel incontro fu un miracolo, per ciò non ha avuto alcuna paura di perdere niente. Quando ha sentito dire: vengo a casa tua. Tutto il resto è perso, perché tutto è stato riempito da quel nome. Come è successo a san Paolo: quello che consideravo come guadagno lo considero come spazzatura. Il papa ci diceva il 7.3. queste cose. Perché niente è lasciato fuori da questa novità, anche i soldi; se non toccasse la tasca non sarebbe vero. Perché non sarebbe attrattivo e liberante. È un esperienza totale quella di Cristo per cui non possiamo risparmiarci nulla per noi.

Secondo passo. La virtù della povertà. Se Cristo è dento la nostra vita allora non siamo attaccati alle nostre cose e alla propria immagine. Che il possedimento ci definisca è una possibilità terribile anche per noi. Appena Cristo non ci interessa più totalmente allora mettiamo la felicità nel possesso di certe cose. Un oggetto fissato da noi diventa più interessante. La povertà è espressione dell’ontologia profonda dell’uomo. Così siamo e diventiamo poveri. Se foste entrati nella casa di Andrea e Giovani e aveste detto che volete qualcosa d’altro che stare con Cristo. Allora vi avrebbero buttato fuori. Se è presenza la nostra speranza non può che appoggiarsi su questa presenza, non su ciò che vogliamo noi. La povertà è resa possibile dalla presenza di Cristo. Lui è la presenza dominante della vita. Altro che moralismo. Se no tutto è un castello di carta che si abbatterà. Preghiamo che ci prenda ancora. Chi non è stato preso almeno una volta da lui? Se non fosse così non sareste qua nessuno di voi sarebbe qua. Dobbiamo guardare il punto sorgivo, come mendicanti. Se no saremo una mina vagante che non è mai contenta. E sempre una storia particolare che ci richiama alla presenza dominante di Cristo. Così mi sento libero. Senza questa prospettiva l’invito alla povertà non ha forza. Ridurre il cristianesimo ad etica è un fallimento. Occorre che il cristianesimo sia così presente che senza questo non vi sarebbe il cristianesimo stesso. Se no saremmo in balia di tutto il resto. Anche se succedesse tutto ciò che vogliamo, se non ci fosse Cristo questo accadere di tutto ciò che vogliamo sarebbe la disgrazia. Senza Cristo non vi sarebbe la possibilità di una risposta. Don Gius sviluppa questa organicità di cui parlava il papa facendoci capire che la povertà nasce dalla speranza. Solo chi ha una fondata certezza per il futuro, per una certezza che ha nell’oggi del futuro non è dipendente. Solo se vi è speranza per il futuro mettiamo anche i beni in comune. Se non mi fido non metto in comune un bel niente. Mi preme fa capire che la fede mi fa vedere Cristo presente e cosi sono sicuro del futuro di Cristo e così nasce la speranza e non la metto in ciò che possiedo. Perché il futuro ci ruberà ciò che possediamo. La povertà è la conseguenza della speranza. Se uno fa esperienza di questo non si separerà dal possesso, ma vivrà il possesso come se non lo avesse. Allo stesso tempo la povertà salva la speranza. Il papa dice che la povertà è madre, genera vita. Vita spirituale, di santità. Genera vita, non è disgrazia. Ma anche muro (nella citazione di sant’Ignazio): perché ci difende dal dipendere dalle cose che passano. Povertà ti libera da ciò a cui ti appiccicheresti.  Tre cose: libertà dalle cose perché Cristo fa esplodere il cuore. La povertà è la libertà dalle cose che non ci possono dare la felicità che Cristo solo può darci. Se Cristo ti da la certezza allora sei libero dalle cose e da tutto. La povertà si rivela come libertà dalle cose.La presenza presente in modo immanente, interno abbiamo detto prima. La povertà è distacco da ciò che si sente. Un nuovo modo di possesso. Dio compie! La conseguenza è la libertà. Il tempo si è fatto breve: chi ha moglie viva come se non l’avesse, etc. Perché passa la scena di questo mondo. Essere liberi dai soldi, dalla salute, dalla carriera politica… Dobbiamo eliminare la speranza nel successo mondano. Si può ovviamente avere qualcosa da mangiare, ma viviamo un distacco, anche se tutto è degno di lode. Non è svalorizzare le cose. Allora nasce il rispetto per cose e persone. Libertà delle cose come presenza della letizia. Letizia nasce dalla povertà. L’origine della letizia è che tu vivi. Tanto più si è certi di lui, tanto più diventiamo lieti, mentre se realizziamo i nostri progetti non  siamo lieti. Bisogna essere audaci di rischiare la verifica in un mondo in cui tutto dice il contrario. Sono lieto significa che il mio cuore è lieto perché Dio vive. È l’unico che rende certo tutto: passato, presente e futuro. Chi ha sia come se non avesse, che abbia o non abbia è uguale. Sono libero perché nulla mi manca. Se Cristo è nostro, tutto è nostro. Tutto è vostro ma voi siete di Cristo. L’attrattiva Gesù ci permette di essere liberi dal successo e dal possesso.

Ultimo passo. Dall’impeto alla lotta della vita. Non si tratta di un entsiasmo automatico. Zaccheo era pieno di quello sguardo e come conseguenza da via ciò che aveva rubato. Il desiderio è totale, ma lo sviluppo di ciò dura tutta la vita. Ognuno di noi conosce l’impeto in cui si da. Abbiamo un virus, il virus del giovane ricco: quello se ne andò triste. Il giovane ricco di soldi, di progetti e di idee è triste. Si diventa più tristi, oppure ci trasfiguriamo attraverso di Cristo. Ma ciò non significa che poi non si è più arrabbiati o che non si fanno più errori. Solo che quando facciamo errori nasce in noi un dolore acuto per aver trattato male la moglie (come esempio). Se la coerenza  fosse il criterio etico siamo falliti in partenza perché noi non ne siamo capaci. La coerenza è grazia. Con Zaccheo vediamo il metodo: lasciare entrare una presenza, invece di affidarsi al nostro sforzo moralistico. Il cristianesimo è un dono fatto alla nostra natura. Questa è un altra nascita. Detto ciò però è vero che siamo fatti di carne ed ossa. Siamo concepiti nei delitti. Soffriamo di essere nel sepolcro. In certi momenti la nostra anima lievita, ma nella vita di tutti i giorni tutto diventa pesante. E come se non ci fosse un legame nel tutto della nostra vita. La lotta insomma continua. Solo chi rimane fedele potrà vedere il trionfo di Cristo nella vita accettando il ritmo umano del cambiamento, che passa attraverso la nostra libertà, passo per passo e con passi indietro. La fraternità è un aiuto. Io come sono appartengo a qualcosa di totalmente altro. Ciò che è capitato non si cancella più. Noi siamo insieme perché abbiamo la speranza che l’appartenenza a Cristo inventa tutta la vita. Se non fosse così finiremo soffocati nel cinismo o nella noia. La grande grazia è questa realtà in cui siamo. La chiesa ha chiamato ciò fraternità, in cui Cristo porterà a termine ciò che ha iniziato. Ma come facciamo ad entrare in Cristo, fosse anche per un pertugio?  Ripetere i gesti di consapevolezza (preghiera). Devi volere e desiderare i gesti. Ciò che arido in te è arido diventa fecondità chiedendo di essere coscienti di questo. Questa è la preghiera. 2. Attenzione alla nostra compagnia. La compagnia c’é per richiamarti (non in modo moralistico, ma come presenza). 3. Quando uno vive in questa compagnia è aiutato a vivere tutte le circostanze in modo nuovo. Tutto diventa richiamo attraverso la compagnia: il figlio che nasce, il ramo di un albero, il lavoro…Quando uno ti scoccia (insomma anche con le persone moleste) la compagnia ti richiama alla verità. Come educarci a questa povertà? Per esempio con il fondo comune. Il fondo comune è incremento della coscienza della nostra appartenenza. Giussani ci da degli strumenti di educazione molto semplici. Lettera: abbiamo ricevuto una somma di denaro non aspettata, allora abbiamo fatto un’offerta al fondo comune, non come tassa da pagare, ma come abbraccio di Cristo. Tutto deve essere collegato al punto sorgivo. Un altra lettera: devo tutto alla fraternità perché senza di essa non mi sarei sposata; in occasione dello sposalizio abbiamo rimesso in moto l’offerta del fondo comune. Anche la caritativa è educazione alla povertà e all’appartenenza a Cristo. Ci sono dati strumenti semplici in modo da vivere come Lui. Con questi gesti possiamo aderire a ciò che ci ha proposto Papa Francesco e cioè di partecipare alla vita dei poveri. Ma senza ciò non vi è gioia del Cuore di Cristo risorto. Non un ripiegamento sul passato, ma qualcosa che accade ora. Dobbiamo evitare il formalismo. Così possiamo essere autentici andiamo dai poveri per scoprire che questi poveri sono Cristo. I migranti, i senza tetto. Il Papa ci educa a ciò che don Giussani chiamava ecumenismo: abbraccio positivo a tutti che nasce dall’ essere abbracciati dall’amore traboccante di Cristo.

( anche questi appunti non sono ufficiali, sono stati scritti ascoltando don Carrón parlare e rivisti velocemente nel momento della riflessione personale)

sabato 29 aprile 2017

Esercizi fraternità CL 2017 appunti

Il mio cuore è lieto perché Tu, Cristo, vivi! // Sabato mattina

Esercizi della fraternità di Comunione e Liberazione, 28/30 Aprile 2017
(Appunti personali)

Il canto all’inizio: Errore di prospettiva, di Claudio Chieffo

Tutti abbiamo letto il Papa che ha approfittato dell’occasione della nostra offerta per il giubileo per darci qualche suggerimento: per noi, per la Chiesa e per il mondo. Grande consolazione è il non aver dimenticato le persone bisognose. Ci ha ricordato che i poveri infatti ci rammentano l’essenziale della vita cristiana. La radicalità di questo richiamo la comprendiamo in forza della citazione di san Agostino fatta nella lettera: preferiamo dare i beni ai poveri, invece che diventare poveri noi stessi. Agostino parla di coloro che sono pieni di sé e non bisognosi di Dio. Agostino cita san Paolo. Se avessi dato anche tutti i beni ai poveri, ma non avessi l’amore, il tutto non servirebbe a niente. Questa povertà ci descrive il bisogno che abbiamo di Lui. La nostra povertà è così profonda che abbiamo bisogno di Lui. Don Giussani ci ricorda che il povero è tutta attesa. Il povero attende ciò che gli permette di vivere il momento dopo. Questa povertà non ha nessuna pretesa. Tutto è nel momento. Dobbiamo riscoprire la nostra povertà.

Primo passo. La povertà è il riconoscimento di ciò di cui è fatto il nostro cuore. Un aspirazione senza fine, un’attesa senza confine. Questa attesa è l’originalità dell’uomo. Tutto l’uomo ha bisogno di questo. Sembra essere la scoperta dell’acqua calda. Come vedremo tutto ciò che pensiamo di sapere è ciò che ci porta al formalismo. La vera sfida è come scoprire Cristo sempre di nuovo dall’intimo delle vicende che viviamo per non finire in moralismo e formalismo. Una formula è sensata se dice una vittoria già accaduta. E per tutti importanti, ma in primo luogo è importante per noi comprendere queste cose. La dottrina formalistica non muove neppure una piega del nostro io. Abbiamo davanti un cammino da fare, per scoprirlo dal di dentro della nostra esperienza. Dobbiamo accorgerci dell’umano che c’è in noi. Guardarci con simpatia e guardare gli altri con simpatia. Prendere sul serio ciò che proviamo. Cercare tutto il significato. Molti di noi sanno il discorso corretto, anche quello sul cuore. Possiamo trascorrere intere giornate vuote, piene di dimenticanza, senza avere il desiderio di Lui, pur avendo la formula e la dottrina nella testa. C’è un cammino da fare, come si è accorto don Giussani da giovane. La mancanza costitutiva che caratterizzava la sua umanità. La romanza di Donizzetti metteva in evidenza la mancanza costitutiva di sé. Il cuore esige una risposta, non vive che per questo. Se non si parte da questo non possiamo capire più niente del resto. Don Giussani sapeva che noi spesso non partiamo dall’esperienza, anche quando conosciamo la formula corretta. Spesso identifichiamo l’esperienza con delle parti di essa (con certe immagini e sensazioni che essa ci da). Quali sono  le vere domande che ci pone la nostra esperienza? Accettare l’umano in tutto ciò che esige, se no oscilliamo tra superbia e disperazione. Dunque la questione è scoprire i bisogni veri. Dobbiamo impegnarci con la nostra esperienza in modo libero. Questo metodo non è un aggiunta per appesantire la vita, ma ci permette di capire i nostri veri bisogni che nascono nell’esperienza che viviamo. L’umano è provocato a venire fuori. Senza realtà noi confonderemo i veri bisogni con delle immagini di noi stessi. 30 anni fa diceva don Giussani con stupore: quando dicevo queste cose non credevo che dopo 30 anni avrei dovuto dirle così tanto per farle comprendere a chi faceva parte della nostra storia da 10 anni. Non siamo seri con la realtà che le parole indicano. Il formalismo è sempre in agguato. Meno male che la realtà è testarda e continua a bussare alla nostra porta. Le ideologie sono troppo deboli di fronte alla concretezza della realtà. Dobbiamo renderci conto di cosa manca. Moravia: la noia per l’insufficienza del reale. Leopardi: il vuoto di significato. Ernesto Sabato : la mia vita è piena di una nostalgia a cui mai sono „arrivato“. Non ho potuto mai addomesticare la nostalgia. La nostalgia è per me uno struggimento mai soddisfatto. Questo sentimento di ciò che ci manca.  Così si scopre il criterio con cui questo uomo giudica tutto: la natura della nostra povertà. Come siamo bisognosi, questa nostalgia come uno sfondo invisibile con cui confrontiamo tutta la nostra vita. Sono solo esempi  per la drammaticità del vivere. Non dobbiamo complicare la nostra vita, ma scoprire i bisogni veri. Tutto serve, anche la delusione. Questa esaspera la  „sete“ (un altra immagine della povertà). Chi è il povero? Chi non ha nulla da difendere, se non la propria sete che non si è dato ed è proteso a riconoscere la risposta adesso. Per questo Gesù dice che i poveri sono beati. Essere poveri non è una disgrazia. Tutte le beatitudini sono dei sinonimi per parlare della povertà di spirito (don Giussani). Perché insistono don Giussani e il Papa sulla mancanza costitutiva? Sono fissati? Essa ci fa conoscere l’accento della Sua parola (di Cristo). Ciò che ci fa conoscere Cristo è la lealtà, sincerità di conoscere il portatore della risposta del Regno, il portatore della risposta alla povertà. Questa sete è la cosa più importante per noi cristiani. È nella misura in cui non ho senso di questa povertà non riconoscerò la risposta. Noi abbiamo la dimenticanza del senso religioso, perché Cristo ci ha incontrato ed amato. La samaritana ha subito percepito che Gesù poteva saziare la sua attesa. La sete si desta solo nell’incontro con Cristo - cioè è l’incontro che ci fa percepire la fede. L’incontro storico con questo uomo - il Figlio dell’uomo -  chiarifica l’’esistenza umana. Abbiamo un bisogno di Cristo „contemporaneo“ perché il senso religioso venga ridestato. Cosa succede quando si prende sul serio queste cose? Lettera: sono divorziata, tu sei fortunato, ho pensato più volte, che non hai avuto problemi veri con i tuoi genitori. Avevo sempre un obiezione pur avendo fatto un incontro eccezionale. La mia obiezione era una tarlo che mi perseguitava. Poi mi è successo nell’ultima sdc di sentire una tua frase che mi ha scosso: „impegnarsi nella realtà“, proprio in quella realtà in cui faccio una grande fatica. Mi aspettavo la felicità da momenti solari. Gesù era la compagnia o momenti di essa. Il Don Gius mi ha svegliata: il motivo per cui la gente crede senza credere o vive la compagnia in modo formalistico è perché  l’incontro eccezionale non incide, perché non vive la propria umanità. Non è impegnata con la propria coscienza e la propria umanità. Ho cominciato a respirare, quando ho capito questo. Quando Cristo entra lo riconosciamo subito. Cominciamo a respirare. Mi avevi fatto capire, mi ha scritto, il nodo della mia vita e d ho cominciato a prendere sul serio tutto di me: fatica e solitudine. Ogni mattina mi decido di prendere sul serio tutto, in modo particolare la mia fatica e la mia delusione, le mie paure e il mio sovraccarico di impegni. E ciò che capita quando si mette le mani in pasta, sapendo che non siamo mai soli. Quando si vince la lontananza da Cristo, si vince anche la lontananza degli altri. Adesso ho visto che i problemi non mi determinano più. Ultimamente mi dicono, dice sempre questa donna, una di voi, che sono diventata più bella anche se ho più di 50 anni. Voglio imparare il metodo del don Gus. Voglio che la vita diventi più gustosa. Prego per te che la Madonna ti sostenga. Non perché non ci sono più problemi cominciamo a respirare, ma ci apriamo a prendere sul serio la proposta.

Secondo passaggio. La povertà più profonda è bisogno di perdono. Siamo incapaci di costruire proprio dove siamo più coinvolti (famiglia, lavoro). Diventiamo giudici spietati di noi stessi, quando ci sbagliamo. Così da considerarci imperdonabili. Questa è la parte più terribile della nostra povertà e della nostra impotenza. Siamo come i poveri, i peccatori con cui ha a che fare con Gesù. Siamo nell’attesa di uno sguardo che ci faccia ripartite anche se non lo confessiamo neppure a noi stessi, proprio perché siamo circondati da una mentalità moralistica. Joachim Jeremias: ci sentiamo guardati come il pubblicano. Il pubblicano è sopraffatto dal dolore di essere cosi lontano da Dio. Lui e la sua famiglia sono senza speranza, deve restituire il denaro ma come può sapere quante persone ha imbrogliato. Tutto sembra troppo. Come aspettarci misericordia se abbiamo sbagliato così tanto?. I carcerati: e come se non riuscissimo a toglierci da dosso il male fatto. Anche il male che sappiamo solo noi. Papa Francesco identifica bene questa questione. Nessuno poteva credere a quel messaggio, a quel dito che lo indicava (Matteo). E come se il peccatore non potesse credere che la lontananza sia superabile. Non basta la presenza sentimentale piena di tenerezza di Gesù per fare l’esperienza del perdono. Dobbiamo arrenderci con tutta la nostra libertà al suo perdono. L’innominato: se c’è questo Dio cosa vuoi che faccia di  me? Non può che annientarmi. Il cardinale Federico: cosa può fare Dio di voi? Un segno della sua potenza e della sua bontà. UNA GLORIA CHE nessuno può fare di voi. Compiere in voi l’opera della redenzione. Dove compare la sua gloria in modo più esplicito che laddove un io pieno di se stesso può essere perdonato? Il volto dell’innominato si tese e cominciò a piangere. Dapprima una grande disperazione, poi è venuta una commozione più profonda. Si vede come la faccia da stravolta e confusa diventa attonita ed attenta. Senza la libertà però una tale esperienza di perdono non sarà mia. Noi non ci sostituiamo a Dio per salvarci da noi stessi. Questo però a volte non è così semplice. Dopo essersi confessato un personaggio di M. Manara  andava dall’abate a lamentarsi dai propri peccati. Possiamo uscire dal confessionale come siamo entrati: il peccato sembra essere più grande che il perdono. Soltanto lo stesso gesto della povertà può staccarmi da me stesso e farmi lieto perché Cristo vive. Dobbiamo cedere. I peccati non sono mai esisti. Solo Dio è! Per essere veramente liberi dai peccati confessati non basta confessarli,  dipende dalla chiarezza e dalla certezza che Cristo c’é e che Cristo è il perdono. Noi vogliamo che la salvezza sia acquisita da noi stessi e per questo siamo appesantiti. Gesù viene da Zaccheo, poi c’é bisogno di una mossa di Zaccheo. Per questo ill Papa ci dice che chi si sente colpevole deve imparare ad essere amato ed accettato. Accettare di essere così bisognosi da dipendere dalla misericordia di un altro. Niente in noi è sostegno. Dobbiamo accettare il perdono. Gesù sapeva che non poteva saltare la nostra libertà e per questo ci ha amato per prima. Senza libertà non vi è salvezza. In forza della misericordia vuole che cambiamo. Il primo cambiamento è cedere. La prima attività e una passività E quanto abbiamo bisogno di questa libertà di cui parla il Papa . Non siamo dei titani, non dobbiamo assumere una sfida solitaria di fronte al mondo . La morale cristiana non è titanismo, è risposta al primerear dell’amore di Cristo. Cristo è uno che conosce i miei tradimenti e mi vuole bene lo stesso. La morale cristiana non è non cadere mai, ma alzarci sempre in forza della mano che ci solleva - come dice il Papa.

Terzo passo. Il mio cuore è lieto perché Cristo è vivo.. Il cristianesimo è risposta all’ insopportabilità di noi stessi, alla nostra debolezza clamorosa. Il cristianesimo è annuncio che la nostra debolezza è amata. Amare è affermare che un altro è la propria vita. Quanto più uno vede la miseria propria tanto più si accorge che un altro è la risposta al bisogno della propria vita. La risposta non è un discorso. Come ha fatto con i discepoli dopo la morte, Cristo non si accontenta di fare discorsi. Solo una presenza li ha consolati. I discepoli erano ancora insieme , uniti a porte chiuse, si ricordavano dei miracoli ma non bastava a fare passare la paura dell’adesso. L’avvenimento non è una qualcosa che è accaduto. Rende possibile il presente. Un altro presente. Volantone del 2011: qualcosa che ci viene dato adesso. Una risurrezione che accade ora. Fuori di questo ora non vi è niente. Il nostro io non può essere cambiato che attraverso una contemporaneità. Una storia particolare che accade ora non un discorso. Quando gli andavano indietro immaginate come erano colpiti (Andrea e Giovanni). Cristo è il primo nel senso qualitativo, non cronologico (Cristo, poi accade qualcosa d’altro). Fuori di questo „adesso“ non c’è niente. Per questo la fraternità per noi è il luogo dove siamo educati a questa povertà. Lettera: ho ceduto e sono andato al gruppo di comunità. Ho imparato che andavo li per essere povera. In questo luogo che è la fraternità o un gruppo di fraternità impariamo a vedere dal di dentro un rapporto vivente. La prima mossa dell’affezione è la presenza, non la realtà da possedere o ciò che dobbiamo fare. La moralità è vivere questa memoria. La sua presenza è la cosa più bella, più dolce della nostra vita. Non vi è nulla di più bello di stare con lui. Questa presenza ci cambia. Cosa introduce? La domanda come il confine ultimo della nostra libertà. Nella domanda si gioca la nostra libertà. Il tuo desiderio è la tua preghiera. Desiderare Cristo continuamente vuol dire pregare continuamente. Il nostro compito è una domanda continua. Se Cristo non fosse in grado di trasformare il nostro male allora non sarebbe Dio . Bernardo: non si cerca Dio con i passi dei piedi, ma con i desideri. La pienezza del gaudio è distruzione del desiderio? No,  è olio che la l’incendia . Siamo in cammino se il desiderio è cresciuto. Che l’avvenire sia qui senza cessare di essere avvenire, questa è la nostra preghiera. Lettera: gratitudine per la preferenza di Cristo per me. La mancanza è la cosa più cara che ho, anche se non sempre me ne accorgo . Intenzione per la Santa Messa: che ci ridesti la mancanza di Lui.

(questi appunti non sono ufficiali, sono stati scritti ascoltando don Carrón parlare e rivisti velocemente nel momento della riflessione personale)

Esercizi fraternità CL appunti

Il mio cuore è lieto, perché Tu, Cristo, vivi!

Esercizi della fraternità di Comunione e Liberazione, 28/30 Aprile 2017
(Appunti personali)

Venerdì sera

Il primo passo è stata la „confessione“ della dimenticanza dello scopo della nostra vita in tanti momenti della nostra giornata.
Il secondo è stato il canto del „Discendi Santo Spirito“.
Il terzo la lettura della Lettera del Santo Padre inviataci attraverso il cardinal Parolin. Temi della lettera:
La logica del profitto che fa dimenticare i poveri.
La certezza di Cristo, risorto e vivo
Giussani ha pensato la povertà come presupposto dell’ amore di Cristo
Pregare per il Papa
Protezione della Madre di Dio
Benedizione per tutta la fraternità.

Sembra un paradosso come abbiamo iniziato. Don Giusanni che ci richiama ad esserci alla preghiera in modo che la nostra preghiera non sia meccanica. Dobbiamo risvegliare la nostra responsabilità. La canzone „la guerra“ ci ha ricordato che siamo „terra bruciata“. Invito ad erigere la nostra coscienza. Peguy: cosa sarebbe una salvezza, dice Dio, che non fosse libera? Come sarebbe qualificata? Noi vogliamo, dice Dio, che questa salvezza l’acquisti da sé. Tale è il valore della libertà dell’uomo. Dio ci vuole veramente protagonisti della nostra salvezza. Non svuotare il senso della storia. Perché Dio insiste nella cooperazione? Senza la nostra cooperazione una salvezza non ci direbbe più nulla. Che interesse rappresenterebbe una tale salvezza? Una beatitudine serva? Fa piacere essere amati da degli schiavi? Il punto più sensibile della nostra storia. In un momento in cui nessuna convenzione regge più. Il tempo della libertà. Niente può attecchire in noi se non è accolto e guadagnato nella libertà.  Lettera: perché vengo? Con cuore aperto. In un mondo così lontano dal gesto che facciamo è utile per me e per il mondo il venire con cuore aperto. Aprisi all’infinito che chiama me. La vita è bella non perché è a posto. In ogni persona c’é la possibilità del rapporto con il Mistero. Cosa ci libera dall’ansia e dalla paura? Che gli Esercizi siano un occasione per me, perché ci sia qualcuno che mi chiama. A Dio non sarebbe costato niente creare degli esseri che ubbidiscono meccanicamente. Anche essi avrebbero contribuito far risplendere la sua potenza. Ma Dio ha voluto assolutamente di più. Ho creato questa libertà. Quando si è amati liberamente, la sottomissione non dice nulla . È la mia più grande invenzione dice Dio della libertà. Dio ha voluto qualcosa di meglio. Chiedete ad un padre quando i suoi figli cominciano ad amarlo liberamente se ci sia qualcosa di più grande? Un bello sguardo da uomo libero, non la perfezione. A questa gratuità ho sacrificato tutto, dice Dio. San Gregorio di Nyssa: partecipazione ai suoi bene, al massimo bene della libertà.  Noi non abbiamo interesse se non alla libertà e ciò vale anche per l’uomo. La salvezza viene così sperimentata da me come interessante. Senza la libertà non sarebbe una salvezza mia. È indispensabile anche per Dio voler essere amato liberamente. Così che la salvezza diventi veramente mia.

Ma la salvezza è rimasta interessante per me? Non l’abitudine, non la ripetizione meccanica di certi gesti? Mi interessa la salvezza coma all’inizio? La vita non fa sconti a nessuno. Basta guardare alla propria esperienza. Ho cercato di raccogliere alcuni pensieri nell’ introduzione al libro sugli Esercizi tenuti da don Giussani; nei primi, in quelli del 1982 diceva:  non basta rimanere passivamente nel Movimento. Siete diventati grandi, ma siete lontani di Cristo, dall’emozione di tanti anni fa. Solo nelle iniziative abbiamo la sensazione di non essere lontani, ma non dobbiamo confondere. Possiamo essere impegnati in tante cose, ma Cristo resta isolato dal cuore. Per don Giussani la lontananza dal cuore crea un impaccio tra di noi, anche tra marito e moglie. Salvo che nelle azioni comuni: casa da portare avanti, i figli c’è un’unità, se no impaccio . Il cuore è come uno guarda la moglie, i compagni di lavoro, il passante. Ma se Cristo non c’entra con tutto ciò egli perde di interesse. Quando Cristo era interessante  ha fatto vibrare la profondità del nostro io, oggi è solo sentimentalismo e non la possibilità di scoprire tutta la portata che quella presenza aveva per me. Cosa prevale ora come sentimento del vivere? Come ci scopriamo noi stessi come fondo ultimo di noi? Quale è la musica di sottofondo che prevale? Tutte le analisi non sono così interessanti. Cristo è interessante come all’inizio? O Cristo risulta più lontano dal cuore? Ecco l’alternativa: siamo presi da Cristo o isolati? Non si tratta di misurare moralisticamente se stessi, non perdiamo il tempo con ciò. Cristo è ancora interessante? Nel 7.3. 15 il Papa ci ha voluto far comprendere che la fedeltà al carisma non consiste in una pietrificazione di esso. Non si tratta di decisione prese una volta. Don Giussani non vi perdonerebbe, ci disse il Papa, mai se riduciamo il carisma in cenere. Siate liberi. Senza la libertà la vita diventa un museo di ricordi. Non vi è nulla di così interessante nel presente, Se vi fosse esso sarebbe più vivo di tutti i ricordi. Adesso. Nel 1982 mentre tutti erano contenti di essere lì a festeggiare il riconoscimento pontificio della fraternità a don Giussani interessava riprendere la vita che si stava allontanando. Come è impressionante vedere che la vita è cambiamento. Si vive per cambiare. Cosa vuol dire mutare? Kierkegaard: non conosco la verità se non quando diventa vita in me, quando mi cambia. Per questo ci teneva alla nostra maturazione. Senza questa maturazione non potrebbe accadere quella familiarità con Cristo. Per sperimentare la pienezza della vita. C’è una equivocità nel diventare grandi: siamo più familiari a Cristo? Che sconfinata gratitudine che ci sia stato un uomo che ci tiene così tanto alla libertà di noi stessi. Perché nell’ora viene meno questo interesse a ciò che realmente conta? Non basta la spontaneità, ci vuole un impegno. Lo spalancamento ultimo della spirito è necessario! Dobbiamo continuamente impegnarci. Se non lo facciamo sentiremo una ottusa estraneità. Se non ho questa apertura Cristo diventa estraneo. Non c’é la caviamo da soli; senza implicare tutta la nostra umanità Cristo rimane isolato.

Quale è la conseguenza di questa ottusa estraneità? Il formalismo. Il ripetere delle parole. Senza che le le parole e i gesti scuotano o mettano in crisi qualcosa in te. Senza che mettano in crisi lo sguardo che porti a te stesso. Il formalismo è una fede che corre parallela alla vita. Ma se non muove nulla in me oscilliamo tra la presunzione più ottusa o la disperazione più buia. Non si è a posto se si fa la sdc, se si fanno i gesti. Quando diventano i gesti un’ esperienza che ha senso per te? Quando muovono qualcosa in te? Per questo in un Movimento come il nostro se non fa nascere un’ intimità con Cristo dalle circostanze che viviamo allora non vale, anzi peggiora la situazione dell’umano. Siccome abbiamo la fede, certe cose le facciamo, ma dall’esterno e non dall’interno. Non vi l’intima nostalgia di Lui. Nel lavoro e in nuovo rapporto o in un vecchio rapporto. Come dice il Papa nell’Evangelii Gaudium: viviamo tutto come un appendice. Tutto si logora. Quale è la ragione? Noi cristiani diceva nel 1985 don Giussani non siamo staccati dai riti e dalle formule cristiane e neppure dalle legge del decalogo, siamo staccati dal fondamento umano, dal senso religioso. Abbiamo una fede che non é più religiosità, abbiamo una fedeltà „dottrinale“ staccata dal fondamento umano. E Cristo si allontana, così come la realtà. Tutto diventa un pedaggio da pagare. MI sfugge cosa è necessario per vivere. E il cristianesimo diventa dottrina. Mounier: dalla terra nasce un parto pieno di gioia. Occorre soffrire perché la verità non diventi dottrina. Bisogna guardare noi stessi e le cose con la memoria della Sua presenza. Un ragazzo ha detto ad una sua insegnante: sono tutte cose che conosco. La scontatezza  fatta carne in questo ragazzo. Ero grata, mi ha scritto questa insegnante. Questa ferita mi ha messo in ginocchio. Perdo il mio io senza di Te, ecco cosa ha scoperto questa insegnante inginocchiandosi. Ecco il nostro compito: Accorgermi che tu sei. Fino a qualche tempo fa un fatto così non lo avrei neppure registrato, ha aggiunto l’insegnante, ora è stato un occasione di conversione mia. Il Movimento è un cammino in cui nulla può andare perduto. Domani palerò della lettera che il Papa ci ha inviato per la nostra offerta durante il giubileo della misericordia.

Se tutto diventa piatto, scontato senza che diventiamo protagonisti la salvezza non è interessante. Siamo insieme per richiamarci gli uni agli altri con la nostra libertà perché non soccombiamo al sepolcro. Da che parte vogliamo stare? Dalla parte del sepolcro o dalla parte del Gesù risorto? Questo ci ha chiesto il Papa ultimamente. Importanza del silenzio. Dobbiamo esercitarci in modo che il silenzio nasca dalla nostra carne. Importanza dei canti e del cantare insieme.

(sono appunti e non una versione ufficiale)

martedì 25 aprile 2017

Don Lorenzo Milani

«Non potrei vivere nella Chiesa neanche un minuto se dovessi viverci in questo atteggiamento difensivo e disperato. Io ci vivo, ci parlo e ci scrivo con la più assoluta libertà di parola, di pensiero, di metodo, di ogni cosa. Se dicessi che credo in Dio direi troppo poco perché gli voglio bene. E capirai che voler bene a uno è qualcosa di più che credere nella sua esistenza!» (Don LORENZO MILANI)

domenica 26 marzo 2017

INCONTRO CON I RAGAZZI CRESIMATI


INCONTRO CON I RAGAZZI CRESIMATI
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Solennità dell'Annunciazione del Signore
Stadio Meazza - San Siro
Sabato, 25 marzo 2017


DOMANDA DI UN RAGAZZO
Ciao, io sono Davide e vengo da Cornaredo. Volevo farti una domanda: Ma a te, quando avevi la nostra età, che cosa ti ha aiutato a far crescere l’amicizia con Gesù?
Papa Francesco:
Buonasera!
Davide ha fatto una domanda molto semplice, alla quale per me è facile rispondere, perché devo soltanto fare un po’ di memoria dei tempi nei quali io avevo l’età vostra. E la sua domanda è: “Quando tu avevi la nostra età, che cosa ti ha aiutato a far crescere l’amicizia con Gesù?”. Sono tre cose, ma con un filo che le unisce tutt’e tre. La prima cosa che mi ha aiutato sono stati i nonni. “Ma come, Padre, i nonni possono aiutare a far crescere l’amicizia con Gesù?”. Cosa pensate voi? Possono o non possono?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Ma i nonni sono vecchi!
Ragazzi:
No!
Papa Francesco:
No? Non sono vecchi?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Sono vecchi… I nonni sono di un’altra epoca: i nonni non sanno usare il computer, non hanno il telefonino… Domando un’altra volta: i nonni, possono aiutarti a crescere nell’amicizia con Gesù?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
E questa è stata la mia esperienza: i nonni mi hanno parlato normalmente delle cose della vita. Un nonno era falegname e mi ha insegnato come con il lavoro Gesù ha imparato lo stesso mestiere, e così, quando io guardavo il nonno, pensavo a Gesù. L’altro nonno mi diceva di non andare mai a letto senza dire una parola a Gesù, dirgli “buonanotte”. La nonna mi ha insegnato a pregare, e anche la mamma; l’altra nonna lo stesso… La cosa importante è questa: i nonni hanno la saggezza della vita. Cosa hanno i nonni?
Ragazzi:
La saggezza della vita.
Papa Francesco:
Hanno la saggezza della vita. E loro con quella saggezza ci insegnano come andare più vicini a Gesù. A me lo hanno fatto. Primo, i nonni. Un consiglio: parlate con i nonni. Parlate, fate tutte le domande che volete. Ascoltate i nonni. E’ importante, in questo tempo, parlare con i nonni. Avete capito?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
E voi, quelli che avete i nonni vivi, farete uno sforzo per parlare, fare loro domande, ascoltarli? Farete lo sforzo? Farete questo lavoro?
Ragazzi:
Sì…
Papa Francesco:
Non siete molto convinti. Lo farete?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
I nonni. Poi, mi ha aiutato tanto giocare con gli amici, perché giocare bene, giocare e sentire la gioia del gioco con gli amici, senza insultarci, e pensare che così giocava Gesù… Ma, vi domando, Gesù giocava? O no?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Ma era Dio! Dio no, non può giocare… Giocava Gesù?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Siete convinti. Sì, Gesù giocava, e giocava con gli altri. E a noi fa bene giocare con gli amici, perché quando il gioco è pulito, si impara a rispettare gli altri, si impara a fare la squadra, in équipe, a lavorare tutti insieme. E questo ci unisce a Gesù. Giocare con gli amici. Ma - è una cosa che credo qualcuno di voi ha detto - litigare con gli amici, aiuta a conoscere Gesù?
Ragazzi:
No!
Papa Francesco:
Come?
Ragazzi:
No!
Papa Francesco:
Va bene. E se uno litiga, perché è normale litigare, ma poi chieda scusa, e finita è la storia. E’ chiaro?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
A me ha aiutato tanto giocare con gli amici. E una terza cosa che mi ha aiutato a crescere nell’amicizia con Gesù è la parrocchia, l’oratorio, andare in parrocchia, andare all’oratorio e radunarmi con gli altri: questo è importante! A voi piace, andare in parrocchia?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
A voi piace… - ma dite la verità - a voi piace andare a Messa?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
[ride] Non sono sicuro… A voi piace andare all’oratorio?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Ah, questo sì, vi piace. E queste tre cose faranno – davvero, questo è un consiglio che vi do – queste tre cose vi faranno crescere nell’amicizia con Gesù: parlare con i nonni, giocare con gli amici e andare in parrocchia e in oratorio. Perché, con queste tre cose, tu pregherai di più. [applausi] E la preghiera è quel filo che unisce le tre cose. Grazie. [applausi]
DOMANDA DI DUE GENITORI
Buona sera. Siamo Monica e Alberto, e siamo genitori di tre ragazzi di cui l’ultima il prossimo ottobre riceverà la Santa Cresima. La domanda che volevamo farLe è questa: come trasmettere ai nostri figli la bellezza della fede? A volte ci sembra così complicato poter parlare di queste cose senza diventare noiosi e banali o, peggio ancora, autoritari. Quali parole usare?
Papa Francesco:
Grazie. Io queste domande le avevo prima… Sì, perché me le avete inviate, e per essere chiaro nella risposta, ho preso qualche appunto, ho scritto qualcosa, e adesso vorrei rispondere a Monica e ad Alberto.
a. Credo che questa è una delle domande-chiave che tocca la nostra vita come genitori: la trasmissione della fede, e tocca anche la nostra vita come pastori e come educatori. La trasmissione della fede. E mi piacerebbe rivolgere a voi questa domanda. E vi invito a ricordare quali sono state le persone che hanno lasciato un’impronta nella vostra fede e che cosa di loro vi è rimasto più impresso. Quello che hanno domandato i bambini a me, io lo domando a voi. Quali sono le persone, le situazioni, le cose che vi hanno aiutato a crescere nella fede, la trasmissione della fede. Invito voi genitori a diventare, con l’immaginazione, per qualche minuto nuovamente figli e a ricordare le persone che vi hanno aiutato a credere. “Chi mi ha aiutato a credere?”. Il padre, la madre, i nonni, una catechista, una zia, il parroco, un vicino, chissà… Tutti portiamo nella memoria, ma specialmente nel cuore qualcuno che ci ha aiutato a credere. Adesso vi faccio una sfida. Un attimino di silenzio… e ognuno pensi: chi mi ha aiutato a credere? E io rispondo da parte mia, e per rispondere la verità devo tornare con il ricordo in Lombardia… [grande applauso] A me ha aiutato a credere, a crescere tanto nella fede, un sacerdote lodigiano, della diocesi di Lodi; un bravo sacerdote che mi ha battezzato e poi durante tutta la mia vita, io andavo da lui; in alcuni momenti più spesso, in altri meno…; e mi ha accompagnato fino all’entrata nel noviziato [dei Gesuiti]. E questo lo devo a voi lombardi, grazie! [applausi] E non mi dimentico mai di quel sacerdote, mai, mai. Era un apostolo del confessionale, un apostolo del confessionale. Misericordioso, buono, lavoratore. E così mi ha aiutato a crescere.
Ognuno ha pensato la persona? Io ho detto chi ha aiutato me.
E vi domanderete il perché di questo piccolo esercizio. I nostri figli ci guardano continuamente; anche se non ce ne rendiamo conto, loro ci osservano tutto il tempo e intanto apprendono. [applauso] «I bambini ci guardano»: questo è il titolo di un film di Vittorio De Sica del ’43. Cercatelo. Cercatelo. “I bambini ci guardano”. E, fra parentesi, a me piacerebbe dire che quei film italiani del dopoguerra e un po’ dopo, sono stati – generalmente – una vera “catechesi” di umanità. Chiudo la parentesi. I bambini ci guardano, e voi non immaginate l’angoscia che sente un bambino quando i genitori litigano. Soffrono! [applauso] E quando i genitori si separano, il conto lo pagano loro. [applauso] Quando si porta un figlio al mondo, dovete avere coscienza di questo: noi prendiamo la responsabilità di far crescere nella fede questo bambino. Vi aiuterà tanto leggere l’Esortazione Amoris laetitia, soprattutto i primi capitoli, sull’amore, il matrimonio, il quarto capitolo che è una davvero una chiave. Ma non dimenticatevi: quando voi litigate, i bambini soffrono e non crescono nella fede. [applauso] I bambini conoscono le nostre gioie, le nostre tristezze e preoccupazioni. Riescono a captare tutto, si accorgono di tutto e, dato che sono molto, molto intuitivi, ricavano le loro conclusioni e i loro insegnamenti. Sanno quando facciamo loro delle trappole e quando no. Lo sanno. Sono furbissimi. Perciò, una delle prime cose che vi direi è: abbiate cura di loro, abbiate cura del loro cuore, della loro gioia, della loro speranza.
Gli “occhietti” dei vostri figli via via memorizzano e leggono con il cuore come la fede è una delle migliori eredità che avete ricevuto dai vostri genitori e dai vostri avi. Se ne accorgono. E se voi date la fede e la vivete bene, c’è la trasmissione.
Mostrare loro come la fede ci aiuta ad andare avanti, ad affrontare tanti drammi che abbiamo, non con un atteggiamento pessimista ma fiducioso, questa è la migliore testimonianza che possiamo dare loro. C’è un modo di dire: “Le parole se le porta il vento”, ma quello che si semina nella memoria, nel cuore, rimane per sempre.
b. Un’altra cosa. In diverse parti, molte famiglie hanno una tradizione molto bella ed è andare insieme a Messa e dopo vanno a un parco, portano i figli a giocare insieme. Così che la fede diventa un’esigenza della famiglia con altre famiglie, con gli amici, famiglie amiche… Questo è bello e aiuta a vivere il comandamento di santificare le feste. Non solo andare in chiesa a pregare o a dormire durante l’omelia – succede! -, non solo, ma poi andare a giocare insieme. Adesso che cominciano le belle giornate, ad esempio, la domenica dopo essere andati a Messa in famiglia, è una buona cosa se potete andare in un parco o in piazza, a giocare, a stare un po’ insieme. Nella mia terra questo si chiama “dominguear”, “passare la domenica insieme”. Ma il nostro tempo è un tempo un po’ brutto per fare questo, perché tanti genitori, per dare da mangiare alla famiglia, devono lavorare anche nei giorni festivi. E questo è brutto. Io sempre domando ai genitori, quando mi dicono che perdono la pazienza con i figli, prima domando: “Ma quanti sono?” – “Tre, quattro”, mi dicono. E faccio loro una seconda domanda: “Tu, giochi con i tuoi figli?... Giochi?” E non sanno cosa rispondere. I genitori in questi tempi non possono, o hanno perso l’abitudine di giocare con i figli, di “perdere tempo” con i figli. Un papà una volta mi ha detto: “Padre, quando io parto per andare al lavoro, ancora stanno a letto, e quando torno la sera tardi già sono a letto. Li vedo soltanto nei giorni festivi”. E’ brutto! E’ questa vita che ci toglie l’umanità! Ma tenete a mente questo: giocare con i figli, “perdere tempo” con i figli è anche trasmettere la fede. E’ la gratuità, la gratuità di Dio.
c. E un’ultima cosa: l’educazione familiare nella solidarietà. Questo è trasmettere la fede con l’educazione nella solidarietà, nelle opere di misericordia. Le opere di misericordia fanno crescere la fede nel cuore. Questo è molto importante. Mi piace mettere l’accento sulla festa, sulla gratuità, sul cercare altre famiglie e vivere la fede come uno spazio di godimento familiare; credo che è necessario anche aggiungere un altro elemento. Non c’è festa senza solidarietà. Come non c’è solidarietà senza festa, perché quando uno è solidale, è gioioso e trasmette la gioia.
Non voglio annoiarvi: vi racconterò una cosa che io ho conosciuto a Buenos Aires. Una mamma, era a pranzo con i tre figli, di sei, quattro e mezzo e tre anni; poi ne ha avuti altri due. Il marito era al lavoro. Erano a pranzo e mangiavano proprio cotolette alla milanese, sì, perché lei me l’ha detto, e ognuno dei bambini ne aveva una nel piatto. Bussano alla porta. Il più grande va, apre la porta, vede, torna e dice: “Mamma, è un povero, chiede da mangiare”. E la mamma, saggia, fa la domanda: “Cosa facciamo? Diamo o non diamo?” – “Sì, mamma, diamo, diamo!”. C’erano altre cotolette, lì. La mamma disse: “Ah, benissimo: facciamo due panini: ognuno taglia a metà la propria e facciamo due panini” – “Mamma, ma ci sono quelle!” – “No, quelle sono per la cena”. E la mamma ha insegnato loro la solidarietà, ma quella che costa, non quella che avanza! Per l’esempio basterebbe questo, ma vi farà ridere sapere come è finita la storia. La settimana dopo, la mamma è dovuta andare a fare la spesa, il pomeriggio, verso le quattro, e ha lasciato tutti e tre i bambini da soli, erano buoni, per un’oretta. E’ andata. Quando torna la mamma, non erano tre, erano quattro! C’erano i tre figli e un barbone [ride] che aveva chiesto l’elemosina e lo hanno fatto entrare, e stavano bevendo insieme caffelatte… Ma questo è un finale per ridere un po’… Educare alla solidarietà, cioè alle opere di misericordia. Grazie.
DOMANDA DI UNA CATECHISTA
Buona sera, sono Valeria, mamma e catechista di una parrocchia di Milano, a Rogoredo. Lei ci ha insegnato che per educare un giovane occorre un villaggio: anche il nostro Arcivescovo ci ha spronato in questi anni a collaborare, perché ci sia una collaborazione tra le figure educanti. Allora noi volevamo chiederLe un consiglio, perché possiamo aprirci a un dialogo e a un confronto con tutti gli educatori che hanno a che fare con i nostri giovani …
Papa Francesco:
Io consiglierei un’educazione basata sul pensare-sentire-fare, cioè un’educazione con l’intelletto, con il cuore e con le mani, i tre linguaggi. Educare all’armonia dei tre linguaggi, al punto che i giovani, i ragazzi, le ragazze possano pensare quello che sentono e fanno, sentire quello che pensano e fanno e fare quello che pensano e sentono. Non separare le tre cose, ma tutt’e tre insieme. Non educare soltanto l’intelletto: questo è dare nozioni intellettuali, che sono importanti, ma senza il cuore e senza le mani non serve, non serve. Dev’essere armonica, l’educazione. Ma si può dire anche: educare con i contenuti, le idee, con gli atteggiamenti della vita e con i valori. Si può dire anche così. Ma mai educare soltanto, per esempio, con le nozioni, le idee. No. Anche il cuore deve crescere nell’educazione; e anche il “fare”, l’atteggiamento, il modo di comportarsi nella vita.
b. In riferimento al punto precedente, ricordo che una volta in una scuola c’era un alunno che era un fenomeno a giocare a calcio e un disastro nella condotta in classe. Una regola che gli avevano dato era che se non si comportava bene doveva lasciare il calcio, che gli piaceva tanto! Dato che continuò a comportarsi male rimase due mesi senza giocare, e questo peggiorò le cose. Stare attenti quando si punisce: quel ragazzo peggiorò. E’ vero, l’ho conosciuto, questo ragazzo. Un giorno l’allenatore parlò con la direttrice, e spiegò: “La cosa non va! Lasciami provare”, disse alla direttrice, e le chiese che il ragazzo potesse riprendere a giocare. “Proviamo”, disse la signora. E l’allenatore lo mise come capitano della squadra. Allora quel bambino, quel ragazzo si sentì considerato, sentì che poteva dare il meglio di sé e cominciò non solo a comportarsi meglio, ma a migliorare tutto il rendimento. Questo mi sembra molto importante nell’educazione. Molto importante. Tra i nostri studenti ce ne sono alcuni che sono portati per lo sport e non tanto per le scienze e altri riescono meglio nell’arte piuttosto che nella matematica e altri nella filosofia più che nello sport. Un buon maestro, educatore o allenatore sa stimolare le buone qualità dei suoi allievi e non trascurare le altre. E lì si dà quel fenomeno pedagogico che si chiama transfert: facendo bene e piacevolmente una cosa, il beneficio si trasferisce all’altra. Cercare dove do più responsabilità, dove più gli piace, e lui andrà bene. E sempre va bene stimolarli, ma i bambini hanno anche bisogno di divertirsi e di dormire. Educare soltanto, senza lo spazio della gratuità non va bene.
E finisco con questa cosa. C’è un fenomeno brutto in questi tempi, che mi preoccupa, nell’educazione: il bullying. Per favore, state attenti. [grande applauso] E adesso domando a voi, cresimandi. In silenzio, ascoltatemi. In silenzio. Nella vostra scuola, nel vostro quartiere, c’è qualcuno o qualcuna del quale o della quale voi vi fate beffa, che voi prendete in giro perché ha quel difetto, perché è grosso, perché è magro, per questo, per quest’altro? Pensateci. E a voi piace fargli provare vergogna e anche picchiarli per questo? Pensateci. Questo si chiama bullying. Per favore… [accenno di applauso] No, no! Ancora non ho finito. Per favore, per il sacramento della Santa Cresima, fate la promessa al Signore di non fare mai questo e mai permettere che si faccia nel vostro collegio, nella vostra scuola, nel vostro quartiere. Capito?
Ragazzi:
Sì! [applauso grande]
Papa Francesco:
Mi promettete: mai, mai prendere in giro, fare beffa, un compagno di scuola, di quartiere… Promettete questo, oggi?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
Il Papa non è contento della risposta… Promettete questo?
Ragazzi:
[fortissimo] Sì!
Papa Francesco:
Bene. Questo “sì” lo avete detto al Papa. Ora, in silenzio, pensate che cosa brutta è questa, e pensate se siete capaci di prometterlo a Gesù. Promettete a Gesù di non fare mai questo bullying?
Ragazzi:
Sì!
Papa Francesco:
A Gesù…
Ragazzi:
[forte] S!!
Papa Francesco:
Grazie. E che il Signore vi benedica!
Complimenti a voi [i ragazzi che hanno fatto le coreografie nel campo]: siete stati bravi!
Preghiamo insieme: “Padre Nostro…”
[Benedizione]
Papa Francesco:
Per favore, vi chiedo di pregare per me. E prima di andarmene, una domanda: con chi dobbiamo parlare di più, a casa?
Ragazzi:
Con i nonni!
Papa Francesco:
Bravi! E voi, genitori, cosa dovete fare con i vostri figli un po’ di più?
Genitori:
Giocare!
Papa Francesco:
Giocare. E voi educatori, come dovete portare avanti l’educazione, con quale linguaggio? Con quello della testa, con quello del cuore e con quello delle mani!
Grazie e arrivederci!


OMELIA DEL SANTO PADRE Solennità dell'Annunciazione del Signore Parco di Monza Sabato, 25 marzo 2017


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OMELIA DEL SANTO PADRE
Solennità dell'Annunciazione del Signore
Parco di Monza
Sabato, 25 marzo 2017




Abbiamo appena ascoltato l’annuncio più importante della nostra storia: l’annunciazione a Maria (cfr Lc 1,26-38). Un brano denso, pieno di vita, e che mi piace leggere alla luce di un altro annuncio: quello della nascita di Giovanni Battista (cfr Lc 1,5-20). Due annunci che si susseguono e che sono uniti; due annunci che, comparati tra loro, ci mostrano quello che Dio ci dona nel suo Figlio.
L’annunciazione di Giovanni Battista avviene quando Zaccaria, sacerdote, pronto per dare inizio all’azione liturgica entra nel Santuario del Tempio, mentre tutta l’assemblea sta fuori in attesa. L’annunciazione di Gesù, invece, avviene in un luogo sperduto della Galilea, in una città periferica e con una fama non particolarmente buona (cfr Gv 1,46), nell’anonimato della casa di una giovane chiamata Maria.
Un contrasto non di poco conto, che ci segnala che il nuovo Tempio di Dio, il nuovo incontro di Dio con il suo popolo avrà luogo in posti che normalmente non ci aspettiamo, ai margini, in periferia. Lì si daranno appuntamento, lì si incontreranno; lì Dio si farà carne per camminare insieme a noi fin dal seno di sua Madre. Ormai non sarà più in un luogo riservato a pochi mentre la maggioranza rimane fuori in attesa. Niente e nessuno gli sarà indifferente, nessuna situazione sarà privata della sua presenza: la gioia della salvezza ha inizio nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth.
Dio stesso è Colui che prende l’iniziativa e sceglie di inserirsi, come ha fatto con Maria, nelle nostre case, nelle nostre lotte quotidiane, colme di ansie e insieme di desideri. Ed è proprio all’interno delle nostre città, delle nostre scuole e università, delle piazze e degli ospedali che si compie l’annuncio più bello che possiamo ascoltare: «Rallegrati, il Signore è con te!». Una gioia che genera vita, che genera speranza, che si fa carne nel modo in cui guardiamo al domani, nell’atteggiamento con cui guardiamo gli altri. Una gioia che diventa solidarietà, ospitalità, misericordia verso tutti.
Al pari di Maria, anche noi possiamo essere presi dallo smarrimento. «Come avverrà questo» in tempi così pieni di speculazione? Si specula sulla vita, sul lavoro, sulla famiglia. Si specula sui poveri e sui migranti; si specula sui giovani e sul loro futuro. Tutto sembra ridursi a cifre, lasciando, per altro verso, che la vita quotidiana di tante famiglie si tinga di precarietà e di insicurezza. Mentre il dolore bussa a molte porte, mentre in tanti giovani cresce l’insoddisfazione per mancanza di reali opportunità, la speculazione abbonda ovunque.
Certamente, il ritmo vertiginoso a cui siamo sottoposti sembrerebbe rubarci la speranza e la gioia. Le pressioni e l’impotenza di fronte a tante situazioni sembrerebbero inaridirci l’anima e renderci insensibili di fronte alle innumerevoli sfide. E paradossalmente quando tutto si accelera per costruire – in teoria – una società migliore, alla fine non si ha tempo per niente e per nessuno. Perdiamo il tempo per la famiglia, il tempo per la comunità, perdiamo il tempo per l’amicizia, per la solidarietà e per la memoria.
Ci farà bene domandarci: come è possibile vivere la gioia del Vangelo oggi all’interno delle nostre città? E’ possibile la speranza cristiana in questa situazione, qui e ora?
Queste due domande toccano la nostra identità, la vita delle nostre famiglie, dei nostri paesi e delle nostre città. Toccano la vita dei nostri figli, dei nostri giovani ed esigono da parte nostra un nuovo modo di situarci nella storia. Se continuano ad essere possibili la gioia e la speranza cristiana non possiamo, non vogliamo rimanere davanti a tante situazioni dolorose come meri spettatori che guardano il cielo aspettando che “smetta di piovere”. Tutto ciò che accade esige da noi che guardiamo al presente con audacia, con l’audacia di chi sa che la gioia della salvezza prende forma nella vita quotidiana della casa di una giovane di Nazareth.
Di fronte allo smarrimento di Maria, davanti ai nostri smarrimenti, tre sono le chiavi che l’Angelo ci offre per aiutarci ad accettare la missione che ci viene affidata.
1. Evocare la Memoria
La prima cosa che l’Angelo fa è evocare la memoria, aprendo così il presente di Maria a tutta la storia della Salvezza. Evoca la promessa fatta a Davide come frutto dell’alleanza con Giacobbe. Maria è figlia dell’Alleanza. Anche noi oggi siamo invitati a fare memoria, a guardare il nostro passato per non dimenticare da dove veniamo. Per non dimenticarci dei nostri avi, dei nostri nonni e di tutto quello che hanno passato per giungere dove siamo oggi. Questa terra e la sua gente hanno conosciuto il dolore delle due guerre mondiali; e talvolta hanno visto la loro meritata fama di laboriosità e civiltà inquinata da sregolate ambizioni. La memoria ci aiuta a non rimanere prigionieri di discorsi che seminano fratture e divisioni come unico modo di risolvere i conflitti. Evocare la memoria è il migliore antidoto a nostra disposizione di fronte alle soluzioni magiche della divisione e dell’estraniamento.
2. L’appartenenza al Popolo di Dio
La memoria consente a Maria di appropriarsi della sua appartenenza al Popolo di Dio. Ci fa bene ricordare che siamo membri del Popolo di Dio! Milanesi, sì, Ambrosiani, certo, ma parte del grande Popolo di Dio. Un popolo formato da mille volti, storie e provenienze, un popolo multiculturale e multietnico. Questa è una delle nostre ricchezze. E’ un popolo chiamato a ospitare le differenze, a integrarle con rispetto e creatività e a celebrare la novità che proviene dagli altri; è un popolo che non ha paura di abbracciare i confini, le frontiere; è un popolo che non ha paura di dare accoglienza a chi ne ha bisogno perché sa che lì è presente il suo Signore.
3. La possibilità dell’impossibile
«Nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37): così termina la risposta dell’Angelo a Maria. Quando crediamo che tutto dipenda esclusivamente da noi rimaniamo prigionieri delle nostre capacità, delle nostre forze, dei nostri miopi orizzonti. Quando invece ci disponiamo a lasciarci aiutare, a lasciarci consigliare, quando ci apriamo alla grazia, sembra che l’impossibile incominci a diventare realtà. Lo sanno bene queste terre che, nel corso della loro storia, hanno generato tanti carismi, tanti missionari, tanta ricchezza per la vita della Chiesa! Tanti volti che, superando il pessimismo sterile e divisore, si sono aperti all’iniziativa di Dio e sono diventati segno di quanto feconda possa essere una terra che non si lascia chiudere nelle proprie idee, nei propri limiti e nelle proprie capacità e si apre agli altri.
Come ieri, Dio continua a cercare alleati, continua a cercare uomini e donne capaci di credere, capaci di fare memoria, di sentirsi parte del suo popolo per cooperare con la creatività dello Spirito. Dio continua a percorrere i nostri quartieri e le nostre strade, si spinge in ogni luogo in cerca di cuori capaci di ascoltare il suo invito e di farlo diventare carne qui ed ora. Parafrasando sant’Ambrogio nel suo commento a questo brano possiamo dire: Dio continua a cercare cuori come quello di Maria, disposti a credere persino in condizioni del tutto straordinarie (cfr Esposizione del Vangelo sec. Luca II, 17: PL 15, 1559). Il Signore accresca in noi questa fede e questa speranza.



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VISITA PASTORALE DEL SANTO PADRE FRANCESCO A MILANO INCONTRO CON I SACERDOTI E I CONSACRATI





Papa Francesco in piazza Duomo (LaPresse)

INCONTRO CON I SACERDOTI E I CONSACRATI
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Solennità dell'Annunciazione del Signore
Duomo di Milano
Sabato, 25 marzo 2017





Domanda 1 - Don Gabriele Gioia, presbitero
Molte delle energie e del tempo dei preti sono assorbite per continuare le forme tradizionali del ministero, ma avvertiamo le sfide della secolarizzazione e l’irrilevanza della fede dentro l’evoluzione di una società milanese, che è sempre più plurale, multietnica, multireligiosa e multiculturale. Capita anche a noi a volte di sentirci come Pietro gli apostoli dopo avere faticato e non prendere pesci. Le chiediamo: quali purificazioni e quali scelte prioritarie siamo chiamati a compiere per non smarrire la gioia di evangelizzare e di essere popolo di Dio che testimonia il suo amore per ogni uomo? Santità, le vogliamo bene e preghiamo per lei.
Papa Francesco:
Grazie. Grazie.
Le tre domande che voi farete mi sono state inviate. Sempre si fa così. Di solito, io rispondo a braccio, ma questa volta ho pensato, in una giornata con un programma così fitto, che era meglio scrivere qualcosa per rispondere.
Ho ascoltato la tua domanda, don Gabriele. L’avevo letta prima, ma mentre tu parlavi, mi sono venute in mente due cose. Una, “prendere i pesci”. Tu sai che l’evangelizzazione non sempre è sinonimo di “prendere i pesci”: è andare, prendere il largo, dare testimonianza… e poi il Signore, Lui “prende i pesci”. Quando, come e dove, noi non lo sappiamo. E questo è molto importante. E anche partire da quella realtà, che noi siamo strumenti, strumenti inutili. Un’altra cosa che tu hai detto, quella preoccupazione che hai espresso che è la preoccupazione di tutti voi: non perdere la gioia di evangelizzare. Perché evangelizzare è una gioia. Il grande Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi - che è il più grande documento pastorale del dopo-Concilio, che ancora oggi ha attualità - parlava di questa gioia: la gioia della Chiesa è evangelizzare. E noi dobbiamo chiedere la grazia di non perderla. Lui [Paolo VI] ci dice, quasi alla fine [di quel documento]: Conserviamo questa gioia di evangelizzare; non come evangelizzatori tristi, annoiati, questo non va; un evangelizzatore triste è uno che non è convinto che Gesù è gioia, che Gesù ti porta la gioia, e quando ti chiama ti cambia la vita e ti dà la gioia, e ti invia nella gioia, anche in croce, ma nella gioia, per evangelizzare. Grazie di aver sottolineato queste cose che tu hai detto, Gabriele.
E adesso, le cose che ho pensato su questa domanda, a casa, per dire cose più pensate.
a. Una delle prime cose che mi viene in mente è la parola sfida - che tu hai usato: “tante sfide”, hai detto. Ogni epoca storica, fin dai primi tempi del cristianesimo, è stata continuamente sottoposta a molteplici sfide. Sfide all’interno della comunità ecclesiale e nello stesso tempo nel rapporto con la società in cui la fede andava prendendo corpo. Ricordiamo l’episodio di Pietro nella casa di Cornelio a Cesarea (cfr At 10,24-35), o la controversia ad Antiochia e poi a Gerusalemme sulla necessità o meno di circoncidere i pagani (cfr At 15,1-6), e così via. Perciò non dobbiamo temere le sfide, questo sia chiaro. Non dobbiamo temere le sfide. Quante volte si sentono delle lamentele: “Ah, quest’epoca, ci sono tante sfide, e siamo tristi…”. No. Non avere timore. Le sfide si devono prendere come il bue, per le corna. Non temere le sfide. Ed è bene che ci siano, le sfide. E’ bene, perché ci fanno crescere. Sono segno di una fede viva, di una comunità viva che cerca il suo Signore e tiene gli occhi e il cuore aperti. Dobbiamo piuttosto temere una fede senza sfide, una fede che si ritiene completa, tutta completa: non ho bisogno di altre cose, tutto fatto. Questa fede è tanto annacquata che non serve. Questo dobbiamo temere. E si ritiene completa come se tutto fosse stato detto e realizzato. Le sfide ci aiutano a far sì che la nostra fede non diventi ideologica. Ci sono i pericoli delle ideologie, sempre. Le ideologie crescono, germogliano e crescono quando uno crede di avere la fede completa, e diventa ideologia. Le sfide ci salvano da un pensiero chiuso e definito e ci aprono a una comprensione più ampia del dato rivelato. Come ha affermato la Costituzione dogmatica Dei Verbum: «La Chiesa nel corso dei secoli tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa vengano a compimento le parole di Dio» (8b). E in ciò le sfide ci aiutano ad aprirci al mistero rivelato. Questa è una prima cosa, che prendo da quello che tu hai detto.
b. Seconda cosa. Tu ha parlato di una società “multi” – multiculturale, multireligiosa, multietnica –. Io credo che la Chiesa, nell’arco di tutta la sua storia, tante volte – senza che ne siamo consapevoli – ha molto da insegnarci e aiutarci per una cultura della diversità. Dobbiamo imparare. Lo Spirito Santo è il Maestro della diversità. Guardiamo le nostre diocesi, i nostri presbiteri, le nostre comunità. Guardiamo le congregazioni religiose. Tanti carismi, tanti modi di realizzare l’esperienza credente. La Chiesa è Una in un’esperienza multiforme. E’ una, sì. Ma in un’esperienza multiforme. E’ questa la ricchezza della Chiesa. Pur essendo una è multiforme. Il Vangelo è uno nella sua quadruplice forma. Il Vangelo è uno, ma sono quattro e sono diversi, ma quella diversità è una ricchezza. Il Vangelo è uno in una quadruplice forma. Questo dà alle nostre comunità una ricchezza che manifesta l’azione dello Spirito. La Tradizione ecclesiale ha una grande esperienza di come “gestire” il molteplice all’interno della sua storia e della sua vita. Abbiamo visto e vediamo di tutto: abbiamo visto e vediamo molte ricchezze e molti orrori ed errori. E qui abbiamo una buona chiave che ci aiuta a leggere il mondo contemporaneo. Senza condannarlo e senza santificarlo. Riconoscendo gli aspetti luminosi e gli aspetti oscuri. Come pure aiutandoci a discernere gli eccessi di uniformità o di relativismo: due tendenze che cercano di cancellare l’unità delle differenze, l’interdipendenza. La Chiesa è Una nelle differenze. E’ una, e quelle differenze si uniscono in quella unità. Ma chi fa le differenze? Lo Spirito Santo: è il Maestro delle differenze! E chi fa l’unità? Lo Spirito Santo: Lui è anche il Maestro dell’unità! Quel grande Artista, quel grande Maestro dell’unità nelle differenze è lo Spirito Santo. E questo dobbiamo capirlo bene. E poi ne parlerò più avanti, a proposito del discernimento: discernere quando è lo Spirito che fa le differenze e l’unità, e quando non è lo Spirito quello che fa una differenza e una divisione. Quante volte abbiamo confuso unità con uniformità? E non è lo stesso. O quante volte abbiamo confuso pluralità con pluralismo? E non è lo stesso. L’uniformità e il pluralismo non sono dello spirito buono: non vengono dallo Spirito Santo. La pluralità e l’unità invece vengono dallo Spirito Santo. In entrambi i casi ciò che si cerca di fare è ridurre la tensione e cancellare il conflitto o l’ambivalenza a cui siamo sottoposti in quanto esseri umani. Cercare di eliminare uno dei poli della tensione è eliminare il modo in cui Dio ha voluto rivelarsi nell’umanità del suo Figlio. Tutto ciò che non assume il dramma umano può essere una teoria molto chiara e distinta ma non coerente con la Rivelazione e perciò ideologica. La fede per essere cristiana e non illusoria deve configurarsi all’interno dei processi: dei processi umani senza ridursi ad essi. Anche questa è una bella tensione. E’ il compito bello ed esigente che ci ha lasciato nostro Signore, il “già e non ancora” della Salvezza. E questo è molto importante: unità nelle differenze. Questa è una tensione, ma è una tensione che sempre ci fa crescere nella Chiesa.
c. Una terza cosa. C’è una scelta che come pastori non possiamo eludere: formare al discernimento. Discernimento di queste cose che sembrano opposte o che sono opposte per sapere quanto una tensione, una opposizione viene dallo Spirito Santo e quando viene dal Maligno. E per questo, formare al discernimento. Come mi pare di aver capito dalla domanda, la diversità offre uno scenario molto insidioso. La cultura dell’abbondanza a cui siamo sottoposti offre un orizzonte di tante possibilità, presentandole tutte come valide e buone. I nostri giovani sono esposti a uno zapping continuo. Possono navigare su due o tre schermi aperti contemporaneamente, possono interagire nello stesso tempo in diversi scenari virtuali. Ci piaccia o no, è il mondo in cui sono inseriti ed è nostro dovere come pastori aiutarli ad attraversare questo mondo. Perciò ritengo che sia bene insegnare loro a discernere, perché abbiano gli strumenti e gli elementi che li aiutino a percorrere il cammino della vita senza che si estingua lo Spirito Santo che è in loro. In un mondo senza possibilità di scelta, o con meno possibilità, forse le cose sembrerebbero più chiare, non so. Ma oggi i nostri fedeli – e noi stessi – siamo esposti a questa realtà, e perciò sono convinto che come comunità ecclesiale dobbiamo incrementare l’habitus del discernimento. E questa è una sfida, e richiede la grazia del discernimento, per cercare di imparare ad avere l’abito del discernimento. Questa grazia, dai piccoli agli adulti, tutti. Quando si è bambini è facile che il papà e la mamma ci dicano quello che dobbiamo fare, e va bene - oggi non credo che sia tanto facile; ai miei tempi sì, ma oggi non so, ma comunque è più facile -. Ma via via che cresciamo, in mezzo a una moltitudine di voci dove apparentemente tutte hanno ragione, il discernimento di ciò che ci conduce alla Risurrezione, alla Vita e non a una cultura di morte, è cruciale. Per questo sottolineo tanto questa necessità. E’ uno strumento catechetico, e anche per la vita. Nella catechesi, nella guida spirituale, nelle omelie dobbiamo insegnare al nostro popolo, insegnare ai giovani, insegnare ai bambini, insegnare agli adulti il discernimento. E insegnare loro a chiedere la grazia del discernimento.
Su questo vi rimando a quella parte dell’Esortazione Evangelii gaudium intitolata «La missione che si incarna nei limiti umani»: numeri 40-45 della Evangelii gaudium. E questo è il terzo punto con cui ho risposto a te. Sono piccole cose che forse aiuteranno nella vostra riflessione sulle domande e poi nel dialogo tra voi. Ti ringrazio tanto.
DOMANDA 2 -Roberto Crespi, diacono permanente
Santità, buongiorno. Sono Roberto, diacono permanente. Il diaconato è entrato nel nostro clero nel 1990 e attualmente siamo 143, non è un numero grande ma è un numero significativo. Siamo uomini che vivono pienamente la propria vocazione, quella matrimoniale o quella celibataria ma vivono anche pienamente il mondo del lavoro e della professione e portiamo quindi nel clero del mondo della famiglia e del mondo del lavoro, portiamo tutte quelle dimensioni della bellezza e dell’esperienza ma anche della fatica e qualche volta anche delle ferite. Le chiediamo allora: come diaconi permanenti qual è la nostra parte perché possiamo aiutare a delineare quel volto di Chiesa che è umile, che è disinteressata, che è beata, quella che sentiamo che è nel suo cuore e di cui spesso ci parla? La ringrazio dell’attenzione e le assicuro la nostra preghiera e insieme alla nostra quella delle nostre spose  e delle nostre famiglie.
Papa Francesco:
Grazie. Voi diaconi avete molto da dare, molto da dare. Pensiamo al valore del discernimento. All’interno del presbiterio, voi potete essere una voce autorevole per mostrare la tensione che c’è tra il dovere e il volere, le tensioni che si vivono all’interno della vita familiare – voi avete una suocera, per dire un esempio! –. Come pure le benedizioni che si vivono all’interno della vita familiare.
Ma dobbiamo stare attenti a non vedere i diaconi come mezzi preti e mezzi laici. Questo è un pericolo. Alla fine non stanno né di qua né di là. No, questo non si deve fare, è un pericolo. Guardarli così ci fa male e fa male a loro. Questo modo di considerarli toglie forza al carisma proprio del diaconato. Su questo voglio tornare: il carisma proprio del diaconato. E questo carisma è nella vita della Chiesa. E nemmeno va bene l’immagine del diacono come una specie di intermediario tra i fedeli e i pastori. Né a metà strada fra i preti e i laici, né a metà strada fra i pastori e i fedeli. E ci sono due tentazioni. C’è il pericolo del clericalismo: il diacono che è troppo clericale. No, no, questo non va. Io alcune volte vedo qualcuno quando assiste alla liturgia: sembra quasi di voler prendere il posto del prete. Il clericalismo, guardatevi dal clericalismo. E l’altra tentazione, il funzionalismo: è un aiuto che ha il prete per questo o per quello…; è un ragazzo per svolgere certi compiti e non per altre cose… No. Voi avete un carisma chiaro nella Chiesa e dovete costruirlo.
Il diaconato è una vocazione specifica, una vocazione familiare che richiama il servizio. A me piace tanto quando [negli Atti degli Apostoli] i primi cristiani ellenisti sono andati dagli apostoli a lamentarsi perché le loro vedove e i loro orfani non erano ben assistiti, e hanno fatto quella riunione, quel “sinodo” tra gli apostoli e i discepoli, e hanno “inventato” i diaconi per servire. E questo è molto interessante anche per noi vescovi, perché quelli erano tutti vescovi, quelli che hanno “fatto” i diaconi. E che cosa ci dice? Che i diaconi siano i servitori. Poi hanno capito che, in quel caso, era per assistere le vedove e gli orfani; ma servire. E a noi vescovi: la preghiera e l’annuncio della Parola; e questo ci fa vedere qual è il carisma più importante di un vescovo: pregare. Qual è il compito di un vescovo, il primo compito? La preghiera. Secondo compito: annunciare la Parola. Ma si vede bene la differenza. E a voi [diaconi]: il servizio. Questa parola è la chiave per capire il vostro carisma. Il servizio come uno dei doni caratteristici del popolo di Dio. Il diacono è – per così dire – il custode del servizio nella Chiesa. Ogni parola dev’essere ben misurata. Voi siete i custodi del servizio nella Chiesa: il servizio alla Parola, il servizio all’Altare, il servizio ai Poveri. E la vostra missione, la missione del diacono, e il suo contributo consistono in questo: nel ricordare a tutti noi che la fede, nelle sue diverse espressioni – la liturgia comunitaria, la preghiera personale, le diverse forme di carità – e nei suoi vari stati di vita – laicale, clericale, familiare – possiede un’essenziale dimensione di servizio. Il servizio a Dio e ai fratelli. E quanta strada c’è da fare in questo senso! Voi siete i custodi del servizio nella Chiesa.
In ciò consiste il valore dei carismi nella Chiesa, che sono una ricordo e un dono per aiutare tutto il popolo di Dio a non perdere la prospettiva e le ricchezze dell’agire di Dio. Voi non siete mezzi preti e mezzi laici – questo sarebbe “funzionalizzare” il diaconato –, siete sacramento del servizio a Dio e ai fratelli. E da questa parola “servizio” deriva tutto lo sviluppo del vostro lavoro, della vostra vocazione, del vostro essere nella Chiesa. Una vocazione che come tutte le vocazioni non è solamente individuale, ma vissuta all’interno della famiglia e con la famiglia; all’interno del Popolo di Dio e con il Popolo di Dio.
In sintesi:
- non c’è servizio all’altare, non c’è liturgia che non si apra al servizio dei poveri, e non c’è servizio dei poveri che non conduca alla liturgia;
- non c’è vocazione ecclesiale che non sia familiare.
Questo ci aiuta a rivalutare il diaconato come vocazione ecclesiale.
Infine, oggi sembra che tutto debba “servirci”, come se tutto fosse finalizzato all’individuo: la preghiera “mi serve”, la comunità “mi serve”, la carità “mi serve”. Questo è un dato della nostra cultura. Voi siete il dono che lo Spirito ci fa per vedere che la strada giusta va al contrario: nella preghiera servo, nella comunità servo, con la solidarietà servo Dio e il prossimo. E che Dio vi doni la grazia di crescere in questo carisma di custodire il servizio nella Chiesa. Grazie per quello che fate.
Domanda 3 – Madre M. Paola Paganoni, osc
Santità, sono Madre Paola delle Orsoline e sono qui a nome di tutta la vita consacrata presente nella Chiesa milanese ma anche di tutta la Lombardia. La ringraziamo per la Sua presenza, ma soprattutto per la testimonianza di vita che Lei ci offre. Da santa Marcellina, sorella di Ambrogio, la vita consacrata nella Chiesa milanese fino ad oggi è stata presenza viva, significativa, con forme antiche – e le ha viste qui – e con forme nuove. Vogliamo chiederLe, Padre, come essere oggi, per l’uomo di oggi, testimoni di profezia, come Lei dice: custodi dello stupore, e testimoniare con la nostra povera vita però una vita che sia obbediente, vergine, povera e fraterna? E poi, date le nostre poche – sembriamo numerose, ma l’età è anziana – date le nostre poche forse, per il futuro, quali periferie esistenziali, quali ambiti scegliere, privilegiare in una consapevolezza ravvivata della nostra minorità – minorità nella società e minorità anche nella Chiesa? Grazie – Le assicuriamo il nostro ricordo quotidiano.
Papa Francesco:
Grazie. Mi piace, a me piace la parola “minorità”. E’ vero che è il carisma dei francescani, ma anche tutti noi dobbiamo essere “minori”: è un atteggiamento spirituale, la minorità, che è come il sigillo del cristiano. Mi piace che Lei abbia usato quella parola. E incomincerò da quest’ultima parola: minorità, la minoranza. Normalmente – ma non dico che sia il Suo caso – è una parola che si accompagna a un sentimento: “Sembriamo tanti, ma tante sono anziane, siamo poche…”. E il sentimento che è sotto qual è? La rassegnazione. Cattivo sentimento. Senza accorgerci, ogni volta che pensiamo o constatiamo che siamo pochi, o in molti casi anziani, che sperimentiamo il peso, la fragilità più che lo splendore, il nostro spirito comincia ad essere corroso dalla rassegnazione. E la rassegnazione conduce poi all’accidia… Mi raccomando, se avete tempo leggete quello che dicono i Padri del deserto sull’accidia: è una cosa che ha tanta attualità, oggi. Credo che qui nasce la prima azione alla quale dobbiamo fare attenzione: pochi sì, in minoranza sì, anziani sì, rassegnati no! Sono fili molto sottili che si riconoscono solo davanti al Signore esaminando la nostra interiorità. Il cardinale, quando ha parlato, ha detto due parole che mi hanno colpito tanto. Parlando della misericordia ha detto che la misericordia “ristora e dà pace”. Un buon rimedio contro la rassegnazione è questa misericordia che ristora e dà pace. Quando noi cadiamo nella rassegnazione, ci allontaniamo dalla misericordia, andiamo subito da qualcuno, da qualcuna, dal Signore a chiedere misericordia, perché ci ristori e ci dia la pace.
Quando ci prende la rassegnazione, viviamo con l’immaginario di un passato glorioso che, lungi dal risvegliare il carisma iniziale, ci avvolge sempre più in una spirale di pesantezza esistenziale. Tutto si fa più pesante e difficile da sollevare. E qui, questa è una cosa che non avevo scritto ma la dirò, perché è un po’ brutto dirla, ma scusatemi, succede, e la dirò. Incominciano a essere pesanti le strutture, vuote, non sappiamo come fare e pensiamo di vendere le strutture per avere i soldi, i soldi per la vecchiaia… Incominciano a essere pesanti i soldi che abbiamo in banca… E la povertà, dove va? Ma il Signore è buono, e quando una congregazione religiosa non va per la strada del voto di povertà, di solito le manda un economo o un’economa cattiva che fa crollare tutto! E questo è una grazia! [ride, applausi] Dicevo che tutto si fa più pesante e difficile da sollevare. E la tentazione sempre è cercare le sicurezze umane. Ho parlato dei soldi, che sono una delle sicurezze più umane che abbiamo vicino. Perciò, fa bene a tutti noi rivisitare le origini, fare un pellegrinaggio alle origini, una memoria che ci salva da qualunque immaginazione gloriosa ma irreale del passato.
«Lo sguardo di fede è capace di riconoscere – dice la Evangelii gaudium – la luce che sempre lo Spirito Santo diffonde in mezzo all’oscurità, senza dimenticare che “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20). La nostra fede è sfidata a intravedere il vino in cui l’acqua può essere trasformata, e a scoprire il grano che cresce in mezzo della zizzania» (n. 84).
I nostri padri e madri fondatori non pensarono mai ad essere una moltitudine, o una gran maggioranza. I nostri fondatori si sentirono mossi dallo Spirito Santo in un momento concreto della storia ad essere presenza gioiosa del Vangelo per i fratelli; a rinnovare ed edificare la Chiesa come lievito nella massa, come sale e luce del mondo. Sto pensando, ho chiara la frase di un fondatore, ma tanti hanno detto lo stesso: “Abbiate paura della moltitudine”. Che non vengano tanti, per la paura di non formarli bene, la paura di non dare il carisma… Uno la chiamava la “turba multa”. No. Loro pensavano semplicemente a portare avanti il Vangelo, il carisma.
Credo che uno dei motivi che ci frenano o ci tolgono la gioia sta in questo aspetto. Le nostre congregazioni non sono nate per essere la massa, ma un po’ di sale e un po’ di lievito, che avrebbe dato il proprio contributo perché la massa crescesse; perché il Popolo di Dio avesse quel “condimento” che gli mancava. Per molti anni abbiamo avuto la tentazione di credere, e in tanti siamo cresciuti con l’idea che le famiglie religiose dovessero occupare spazi più che avviare processi, e questa è una tentazione. Noi dobbiamo avviare processi, non occupare spazi. Io ho paura delle statistiche, perché ci ingannano, tante volte. Ci dicono la verità da una parte, ma dopo subentra l’illusione e ci portano all’inganno. Occupare spazi più che avviare processi: eravamo tentati da questo perché pensavamo che siccome eravamo molti, il conflitto potesse prevalere sull’unità; che le idee (o la nostra impossibilità di cambiare) fossero più importanti della realtà; o che la parte (la nostra piccola parte o visione del mondo) fosse superiore al tutto ecclesiale (cfr ibid.222-237). E’ una tentazione. Ma io non ho mai visto un pizzaiolo che per fare la pizza prenda mezzo chilo di lievito e 100 grammi di farina, no. E’ al contrario. Il lievito, poco, per far crescere la farina.
Oggi la realtà ci interpella, oggi la realtà ci invita ad essere nuovamente un po’ di lievito, un po’ di sale. Ieri sera, nell’Osservatore Romano, che esce alla sera ma con la data di oggi, c’è il congedo delle ultime due Piccole Sorelle di Gesù dall’Afghanistan, tra i musulmani, perché non c’erano più [suore] e ormai dovevano, anziane, tornare. Parlavano l’afghano. Benvolute da tutti: musulmani, cattolici, cristiani… Perché? Perché testimoni. Perché? Perché consacrate a Dio Padre di tutti. E io ho pensato, ho detto al Signore, mentre leggevo questo – cercate questo, oggi, sull’Osservatore Romano, che ci farà pensare a quello su cui Lei ha fatto la domanda –: “Ma Gesù, perché lasci quella gente così?”. E mi è venuto in mente il popolo coreano, che ha avuto all’inizio tre-quattro missionari cinesi – all’inizio – e poi per due secoli il messaggio è stato portato avanti solo dai laici. Le strade del Signore sono come Lui vuole che siano. Ma ci farà bene fare un atto di fiducia: è Lui che conduce la storia! E’ vero. Noi facciamo di tutto per crescere, per essere forti… Ma non la rassegnazione. Avviare processi. Oggi la realtà ci interpella – ripeto – la realtà ci invita ad essere nuovamente un po’ di lievito, un po’ di sale. Potete pensare un pasto con molto sale? Nessuno lo mangerebbe. Oggi, la realtà – per molti fattori che non possiamo ora fermarci ad analizzare – ci chiama ad avviare processi più che occupare spazi, a lottare per l’unità più che attaccarci a conflitti passati, ad ascoltare la realtà, ad aprirci alla “massa”, al santo Popolo fedele di Dio, al tutto ecclesiale. Aprirci al tutto ecclesiale.
Una minoranza benedetta, che è invitata nuovamente a lievitare, lievitare in sintonia con quanto lo Spirito Santo ha ispirato nel cuore dei vostri fondatori e nel cuore di voi stesse. Questo è quello che ci vuole oggi.
Passo a un’ultima cosa. Non oserei dirvi a quali periferie esistenziali deve dirigersi la missione, perché normalmente lo Spirito ha ispirato i carismi per le periferie, per andare nei luoghi, negli angoli solitamente abbandonati. Non credo che il Papa possa dirvi: occupatevi di questa o di quella. Ciò che il Papa può dirvi è questo: siete poche, siete pochi, siete quelli che siete, andate nelle periferie, andate ai confini a incontrarvi col Signore, a rinnovare la missione delle origini, alla Galilea del primo incontro, tornare alla Galilea del primo incontro! E questo farà bene a tutti noi, ci farà crescere, ci farà moltitudine. Mi viene alla mente adesso la confusione che avrà avuto il nostro Padre Abramo: gli hanno fatto guardare il cielo: “Conta le stelle!” - ma non poteva -, così sarà la tua discendenza”. E poi: “Il tuo unico figlio” - l’unico, l’altro se n’era andato già, ma questo aveva la promessa – “fallo salire sul monte e offrimelo in sacrificio”. Da quella moltitudine di stelle, a sacrificare il proprio figlio: la logica di Dio non si capisce. Soltanto, si obbedisce. E questa è la strada su cui dovete andare. Scegliete le periferie, risvegliate processi, accendete la speranza spenta e fiaccata da una società che è diventata insensibile al dolore degli altri. Nella nostra fragilità come congregazioni possiamo farci più attenti a tante fragilità che ci circondano e trasformarle in spazio di benedizione. Sarà il momento che il Signore vi dirà: “Fermati, c’è un capretto, lì. Non sacrificare il tuo unico figlio”. Andate e portate l’“unzione” di Cristo, andate. Non vi sto cacciando via! Soltanto dico: andate a portare la missione di Cristo, il vostro carisma.
E non dimentichiamo che «quando si mette Gesù in mezzo al suo popolo, il popolo trova gioia. Sì, solo questo potrà restituirci la gioia e la speranza, solo questo ci salverà dal vivere in un atteggiamento di sopravvivenza. Per favore no, questa è rassegnazione. Non sopravvivere, vivere! Solo questo renderà feconda la nostra vita e manterrà vivo il nostro cuore. Mettere Gesù là dove deve stare: in mezzo al suo popolo» (Omelia nella S. Messa della Presentazione del Signore, XXI G.M. della vita consacrata, 2 febbraio 2017). E questo è il vostro compito. Grazie, madre. Grazie.
E adesso, preghiamo insieme. Vi darò la benedizione e vi chiedo, per favore, di pregare per me perché ho bisogno di essere sostenuto dalle preghiere del popolo di Dio, dei consacrati e dei sacerdoti. Grazie tante.
Preghiamo. […]




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